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Il nuovo accordo raggiunto a Bruxelles sull'uso di termini tradizionalmente associati alla carne non va letto come una semplice questione terminologica. Per chi produce e distribuisce alternative vegetali alla carne, si tratta piuttosto di un passaggio che incide su etichette, packaging, materiali commerciali e presentazione dei prodotti lungo tutta la filiera. Tuttavia, il settore plant-based sta già abbandonando da tempo queste denominazioni, dati i cambiamenti del mercato e le preferenze dei consumatori.

Nuove regole in UE

Il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno raggiunto un accordo nell'ambito della revisione del regolamento OCM, per evitare che alcuni nomi collegati al mondo delle carni vengano utilizzati in prodotti a base vegetale. Fra questi rientrano nomi di specie animali e tagli di carne come bistecca e bacon. Restano invece utilizzabili parole molto diffuse come burger, salsiccia e nuggets. L'intesa dovrà ora essere formalmente approvata da Consiglio e Parlamento prima dell'entrata in vigore definitiva.

Un mercato plant-based più maturo

Nel complesso, il divieto europeo non sembra destinato a limitare il settore, ma può accelerare una trasformazione già in corso. Il comparto sta progressivamente spostando l'attenzione da una logica di semplice imitazione della carne verso prodotti con identità più autonoma.

Più che un segmento da presentare ancora soltanto come alternativa alla carne, oggi il plant-based europeo appare come un mercato maturo e articolato. I dati più recenti descrivono un comparto da circa 9 miliardi di euro, trainato non solo dai sostituti vegetali pensati per sostituire le proteine della carne ma anche da categorie ormai consolidate come latte e bevande vegetali.

Un cambio di scenario sul piano normativo

La decisione europea segna anche un cambio di passo rispetto al quadro giuridico emerso nel 2024. In ottobre, la Corte di giustizia dell'Unione europea aveva chiarito che, in assenza di una denominazione legale definita a livello normativo, uno Stato membro non poteva vietare in modo generale e astratto l'uso di nomi tradizionalmente associati alla carne per prodotti contenenti proteine vegetali.

La Corte aveva inoltre ricordato che il regolamento europeo sulle informazioni ai consumatori già offre una tutela adeguata contro pratiche realmente fuorvianti. Oggi però il legislatore europeo sta intervenendo direttamente per riservare alcuni termini alla carne, e questo sposta la questione da un piano nazionale a uno pienamente europeo.

Termini vietati per i prodotti plant-based
Originale in inglese con il corrispondente italiano più vicino
Specie e categorie animali
  • Beef (manzo)
  • Veal (vitello)
  • Pork (maiale)
  • Poultry (pollame)
  • Chicken (pollo)
  • Turkey (tacchino)
  • Duck (anatra)
  • Goose (oca)
  • Lamb (agnello)
  • Mutton (carne ovina adulta / montone)
  • Ovine (ovino)
  • Goat (capra / caprino)
  • Bacon (bacon)
Tagli e parti anatomiche
  • Drumstick (fuso)
  • Tenderloin (filetto)
  • Sirloin (controfiletto)
  • Flank (fianco)
  • Loin (lombo)
  • Ribs (costine)
  • Shoulder (spalla)
  • Shank (stinco)
  • Chop (braciola / costoletta)
  • Wing (ala)
  • Breast (petto)
  • Thigh (coscia)
  • Brisket (punta di petto)
  • Ribeye (costata)
  • T-bone (T-bone)
  • Rump (scamone)
Termini aggiunti nel compromesso politico del 2026
  • Steak (bistecca)
  • Liver (fegato)
Restano consentiti: burger, sausage e nuggets.

Le ricadute commerciali

Le ricadute non dovrebbero essere uniformi su tutto il comparto. Il danno potenziale per le aziende appare molto più contenuto di quanto sarebbe stato qualche anno fa, perché buona parte dei produttori si sta già allontanando dai prodotti che puntano solo sulla replica della carne.

I consumatori più fidelizzati continueranno verosimilmente a cercare queste referenze anche dopo eventuali rinominazioni, mentre i veri freni all'acquisto restano soprattutto gusto, consistenza, percezione di salubrità, livello di lavorazione e rapporto qualità-prezzo. In altre parole, la norma complica la comunicazione, ma non risolve né peggiora da sola i nodi strutturali della categoria.

Adattamento alla normativa e problemi applicativi

Restano diversi aspetti ancora poco definiti sul piano applicativo. Uno dei punti più delicati riguarda, ad esempio, il modo in cui queste regole verranno interpretate e fatte valere nelle diverse lingue dell’Unione, dove termini, sfumature semantiche e consuetudini commerciali non coincidono sempre perfettamente.

A questo si aggiunge il nodo dei prodotti ibridi, cioè referenze che combinano ingredienti vegetali e componenti di origine animale, per le quali non è ancora del tutto chiaro quale sarà il criterio prevalente nella scelta delle denominazioni. Lo stesso vale per le categorie emergenti, che stanno evolvendo rapidamente e che potrebbero non rientrare in modo lineare negli schemi tradizionali, come nel caso della carne coltivata e di altre soluzioni innovative sviluppate nel campo delle proteine alternative.

Per produttori e distributori questo significa che l'adattamento alla normativa UE dovrà riguardare diversi aspetti, tra cui etichette, cataloghi, schede prodotto, contenuti per e-commerce, messaggi di marketing e gestione di assortimenti multilivello.

Il consumatore è oggi meno confuso dai termini

Uno degli argomenti usati più spesso a favore del divieto è la presunta confusione del consumatore. Tuttavia, una parte consistente dei consumatori accetta l'uso di queste denominazioni purché i prodotti siano chiaramente indicati come vegetariani o vegani.

Altre analisi segnalano che i termini "meaty" (cioè che richiamano la carne) incidono poco sulla confusione reale, mentre influenzano soprattutto le aspettative di gusto. Per le aziende, quindi, il tema non è soltanto trovare nomi alternativi, ma ripensare il modo in cui presentano i propri prodotti.